Nave di terra – 24 ottobre 2004

Icona nuvole in viaggio

Nuvole in viaggio

Mai avrei pensato di fare l’ultimo viaggio via terra. Eppure questa barchetta era fatta per solcare i mari. Certo non oceani, ma il mare si. Ed ora solca le vie del centro di questa città, a cavallo di un camion, per giungere alla sua ultima meta. Certo la mia richiesta di compiere l’ultimo viaggio a bordo era risultato alquanto strano, ma dopo una alzata di spalle dell’autista, la mia richiesta è stata accolta.
Pochi rapidi strattoni ed eccoci in marcia. La prima cosa che mi colpisce è l’ampio respiro della città: i palazzi da quassù sono più a portata d’uomo, non ti stringono, non ti chiudono, non ti osservano con tono austero, ma sono alla tua altezza. E poi scopri che la città non finisce sul cornicione di un edificio, ma è oltre, il suo cielo si estende uniforme e le costruzioni, per quanto alte, sono solo dei radi fili d’erba su una distesa di terreno.
PalmaNel frattempo io e la mia barca scivoliamo fra le automobili e la gente curiosa che alza gli occhi verso questo strano miracolo di navigazione.
Una navigazione miracolosa con una rotta preferenziale: segnali stradali, semafori, insegne sono tutte troppo basse per la nostra vista, quasi non ci riguardassero, come ad assecondare l’ampio respiro del mare a cui era abituata la mia barchetta.
Improvvisamente ecco farsi largo fra gli edifici una ampia finestra sull’orizzonte, come uno squarcio nel ripetersi ordinato di strade e palazzi. Sorpreso ed ipnotizzato rimango a fissare questa finestra, dal cui balcone si scorge la città nella città. Una città in movimento, frenetica e rumorosa che ci mostra una città placida, distesa a fissare gli ultimi raggi di sole deQuirinalella giornata e di cui, spesso inconsapevoli, facciamo parte. Ed è come se le strade si fossero messe d’accordo per farci arrivare qui, a Piazza del Quirinale, come a dirci: “non chiudete lo sguardo fra queste quattro mura, la città è prima, oltre e di più!” L’autista, risvegliato dall’ipnosi, rigira su se stesso e riprende la via principale, tra turisti increduli ed automobilisti irrequieti.
Nel frattempo si è alzato anche un po’ di vento che rende l’aria più fresca ed accarezza le mie vele, come a volerle consolare e smuovere dal loro torpore, come il genitore che stuzzica il bambino offeso a braccia conserte che se ne sta in un angolo con gli occhi lucidi. Ma queste, costrette fra gli spazi chiusi, si limitano a piccoli sussulti e sorrisi contratti. Chissà, forse ce l’hanno anche con me: “ma guarda questo, non solo ci manda in pensione e come ultimo viaggio ci fa scorazzare per queste vie strette su un mare di asfalto, a cavallo di un rimorchiatore a gomme che il mare l’avrà visto solo per un paio di metri, da lontano, ma ci trova pure piacere!” TempioE’ proprio vero quello che mi disse un vecchio marinaio: “ricorda! il vero spirito intraprendente e avventuroso, in mare, non è il marinaio, ma sono le vele. Noi non riusciamo a vedere oltre l’orizzonte, loro ascoltano la voce di venti e mari lontani migliaia e migliaia di chilometri!”
A pensare queste parole mi scopro a sorridere. Grugnito delle vele.
Arriviamo in Piazza Venezia, il Campidoglio, il Colosseo, i Fori ed alla nostra corte si presentano maestosi sudditi, ricchi di storia e austerità, ma che non disdegnano di mostrare la loro quotidianità ed il loro passato di vita vissuta.
Ad un certo punto gli alberi hanno un sussulto ed uno schiocco di vele mi sorprende: attraversiamo un ponte, alla mia sinistra e destra si stende il fiume, che placido trascorre questa sua gita domenicale, ma va al mare e questo devono aver sentito le mie vele ed anch’io, richiamato, mi sorprendo a fissare la striscia di sole che come una guida si è posata sull’acqua.Tevere
Mentre le mie vele seguono l’andamento del fiume e dialogano con il vento che lo percorre, si apre un’ampia strada affiancata da colonne, simile ad un molo con i suoi pali di attracco e ne scegliamo uno. Ci fermiamo. Per un attimo le vele si placano ed ammirano questo porto cittadino, il cui ampio molo termina in una maestosa costruzione, la cui vista non può sfuggire nemmeno ai marinai più distratti, né può far distogliere lo sguardo a quelli più navigati.
Ma questa non è la nostra meta. Lasciamo Via della Conciliazione e la Città del Vaticano e costeggiamo delle mura antiche, segno di antiche divisioni di una antica fortezza, con il suo fossato, le sue torri, le sue mura. Austere e massicce mura rassegnate al brulicare di automobili, persone e turisti, che giornalmente espugnano la fortezza facendosi beffa di cotal solidità. San PietroE così Castel Sant’Angelo ci guarda sfilare intorno al suo fossato, con reciproco rispetto ed intesa di chi percorre lidi e strade poco consone al proprio spirito.
Ma un attimo dopo eccoci, con nuova lena, destreggiarci fra platani e automobili rapiti dall’improvviso riapparire del fiume: noncurante della frenesia che lambisce le sue sponde, segue i suoi ritmi a cui nessun semaforo può imporre alcuna sosta.
Un clacson impazzito ci sprona a continuare e girandomi verso il “suonatore” mi viene la tentazione di gettargli un salvagente e gridare “salta su”, ma, con un rimbrotto della marmitta, il nostro rimorchiatore riprende la marcia e lo lasciamo al suo mare cittadino.
Saltiamo come boe gli ultimi semafori e, di fronte allo stupore generale, ci “ormeggiamo” vicino alla piazza che un tempo vide già, secondo la leggenda, le navi solcare le sue sponde, teatro di battaglie marine di città.
E la mia nave, presa da questa antica atmosfera, sembra già averne respirato l’accoglienza e si adagia calma sulla terra ferma. Del resto tutto in questa via sa di viaggi lontani, storie, epoche passate. Non si poteva scegliere un posto migliore di questa strada, dove il presente entra in punta di piedi, rassegnandosi al ruolo si semplice spettatore.
E così Via dei Coronari risuonerà anche dei viaggi della mia piccola barchetta, che non disdegnerà di gettare un salvagente a chiunque vorrà sentire il mare, anche fra il vento di questa città.

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