Parcheggio riuscito, chiudo la macchina con un gesto meccanico.
Lungotevere. Un fiume d’acqua alle mie spalle. Un fiume di macchine di fronte. Mi volgo all’acqua. Lenta e maestosa. Sì, è ora.
Si potrebbe dire che qui finisce un viaggio e ne inizia un altro. Uno sguardo intorno e salgo sulla sommità dell’argine. Eppure l’acqua sembra ferma, se non fosse per la luce che ne evidenzia le movenze.
Sono in piedi sull’argine.
Certo quando leggerete questo l’evento si sarà concluso, e forse le emozioni saranno assorbite da questa carta.
Respiro profondo, chiudo gli occhi e giù. Senso di vuoto, raffiche d’aria sui capelli e sul viso, a stento riesco a tenere aperti gli occhi, l’acqua sempre più vicina … – ma perché quelle facce, perché quella preoccupazione … suicidio?!
Ah capisco l’errore, e già, perché voi non sapete, ma io volo.
Giusto il tempo di guardare da vicino l’acqua e oplà volo. – E poi con questa serata pensavate che mi sarei suicidato. Non ci penso nemmeno.
Con due occhi sufficientemente svegli, due orecchie abbastanza buone per ascoltare e un cuore capace di rallegrarsi e di soffrire preferisco volare e scivolare nell’aria.
Certo il cielo questa sera non è particolarmente interessante, grigio, scuro. Qualcuno ha per caso messo una coperta sulle stelle e sulla luna, eppure non fa così freddo. Dedichiamoci alla terra.
Ma guarda quanti begli alberi, se non ci fosse tutto questo cemento penserei di essere in una bella foresta con un fiumiciattolo e … oh! Un ponte e quante luci intorno. Adesso atterro sul parapetto.
Ecco una zona dove non c’è nessuno. Aspetta ci sono anche delle molliche qui, per fortuna che qualcuno si ricorda anche di mangiare di fronte a questo spettacolo.
Certo però queste luci mi danno un po’ fastidio e a che servono, per gli uccelli no, io atterro anche senza.
– E tu chi sei? E che hai da guardare tanto? Sono un uccello con due occhi sproporzionati, non parliamo delle orecchie e si con un ciuffo di ricci in testa? E un sorriso stampato sul becco e allora? Però io volo o meglio io so di poter volare e tu invece continui a contare i sampietrini per terra senza provare a saltare sulla luna. E poi potrebbe venirmi in mente di cagarti addosso. No, non oggi, non lo farei e poi che soddisfazione ne avrei, preferisco volare.
Qui le molliche sembrano finite. Ma quanta gente che passa qui. Guarda questa. Cammina lentamente ondeggiando da una parte all’altra del ponte. Ora si ferma da una parte, canticchia qualcosa. Si volta. Fa qualche passo, si appoggia su l’altro parapetto. Fissa qualcosa. Guardo pure io nella stessa direzione, ma non vedo nulla di particolare. Eppure lei accenna un sorriso, ricomincia a canticchiare, si aggiusta il bavero, sorride e ricomincia a passeggiare. Forse era ubriaca, ma forse ha capito di poter volare.
C’è quello che passa, passo veloce, sguardo distratto, un’occhiata qua e là al fiume e via, nella rapide del suo giorno e della sua vita.
Certo qui si potrebbe passare una vita intera. Tutto il mondo passa qui e tutti passano nel mondo. E voi due? Che bei sorrisi, lei parla ed ogni tanto si appoggia a lui, lui la stuzzica, ma si vede che non può incrociare lo sguardo di lei senza provare un sussulto. Attraversano il ponte con la gaiezza di un bambino che corre con la sua piccola bicicletta squillando con il suo bel campanello.
È ora di sgranchirmi un po’ le ali. Breve rincorsa, saltello preparatorio e via.
Certo che dall’alto è tutto diverso. Le stesse case, i palazzi, le strade, le piazze le vedi in modo diverso. A parte che da quassù mi riesce difficile anche capire dove mi trovo e orizzontarmi con le strade. Però ripensandoci, qual è il problema? Tanto mica devo per forza seguire la strada: io volo e a meno che qualcosa è cambiato, non dovrei aver problemi di sensi unici o di divieti di sosta.
Qui c’è una piazza. Leggo la scritta: “PIAZZA TRILUSSA”. Eh si ecco là
Trilussa o meglio la statua. Che bel tipo deve essere stato. Osservo la statua e in effetti il modo come è stato scolpito rispecchia un po’ l’idea che mi sono fatto leggendo i suoi scritti. La parola che mi viene in mente è “gajardo”. Sicuramente, se fosse ancora vivo, l’avrei incontrato su questo cielo. Volando insieme, tra una risata e l’altra, mi avrebbe raccontato i vari aneddoti, lo immagino: – Guarda quer tipo, e n’do core così e guarda su moje con quer cappello, sembra che in testa je cresciuto n’arbero. E poi con un sorriso da bambino, due occhietti lucidi, mi avrebbe detto: – Guarda com’è bella Roma stasera! Si è appena appisolata e rimboccandogli le coperte le avrebbe appoggiato le sue labbra sulla fronte.
Ma che cos’è questa puzza… proprio qui dovevi parcheggiare. Spengi la macchina. Accendi la luce. Qualche colpo veloce di trucco. Un’ultima occhiata. Sì, può andare. Con un unico gesto prendi la borsa e chiudi lo sportello. Passi svelti, poi improvvisamente mi guardi. No, manterrò il segreto. E via. Chissà da chi corri. Eppure anche andando di fretta, acrobata sulla strada sconnessa, mi affascinano le tue movenze e per un attimo ti seguo.
Ma subito un urlo mi distrae. Un ragazzo, camminando sulle strisce ha appena incominciato a ripassare il dizionario del turpiloquio, mentre un altro in macchina, evidentemente il suo professore, passando sulle strisce gli ricorda, anch’esso ad alta voce, l’esatta pronuncia ed intonazione delle parolacce appena dette dal primo, ricordandogli anche la possibilità di utilizzare dei sinonimi.
E questa scalinata? Chissà quante persone ci si saranno sedute. Quanti discorsi. Chissà se la scalinata ne è contenta. Certo ne avrà sopportati di sederi, tanto da consumarla. Forse gli avranno fatto anche compagnia e poi anche qui ci sono una infinità di mollichelle.
Mentre zampetto da un gradino all’altro, immagino migliaia, milioni di biscotti, brioche, panini … no questa è una gomma che schifo … cracker, briciole ovunque e qualcuna anche abilissima nel nascondersi nei più piccoli interstizi e increspature dei gradini.
Certo un po’ mi fanno pena questi gradini, con tutte queste rughe, qui qualcuno ha anche scritto qualcosa ormai illeggibile. Però dall’altra ogni più piccola venatura è anche una traccia di vita. Come queste bottiglie abbandonate, adesso fredde e fuori posto, forse la sera prima erano circondate di vita.
Breve rincorsa, solito saltello e via si riparte.
Quante strade, stradine … ah le antenne, ma volete mettere un segnale, non vi stupite se poi d’improvviso scompare l’immagine dal televisore. Lo spavento mi ha fatto venire sete. Certo però dove bevo. Non è che posso entrare in una birreria e chiedere una media chiara. Non è tanto per il fatto che si stupirebbero nel vedere un uccello che chiede una birra, e che uccello poi, avete presente un gufo con la parrucca in testa? Ma soprattutto il fatto di dover bere con la cannuccia. No non è possibile. Eppure qui ci deve essere … ah sì ecco una fontana. Una fontana in mezzo ad una piazza. Volo radente sulle teste dei passanti e atterraggio.. quasi perfetto, bordo troppo scivoloso. Bene ed ora? Sembra facile, ma bisogna sporgersi notevolmente e poi l’acqua deve essere abbastanza fredda. Le zampe per fortuna mi aiutano, un goccetto almeno l’ho bevuto.
Ma quanta gente passa qui. Si sentono poi svariati discorsi. Bisognerebbe provare ad unirli, cercare un filo logico, il risultato sarebbe molto curioso. Già immagino: Ma domani lavori? – Una cosa davvero emozionante – e penso che quando l’ha saputo Giulio si è arrabbiato – (Silenzio Bacio).
Sgrullatina alle penne ed alla chioma, quattro salti sui gradini, una beccata ai soliti avanzi, saltello propiziatorio e via.
Eppure dovrei essere vicino. Ah sì eccola.
Planata sull’argine. Atterraggio compiuto. Sguardo indietro. Sospiro e … giù sul marciapiede, pochi passi sulle ritrovate scarpe. Apro lo sportello e sono di nuovo in macchina. Luci, scie, suoni, colori e di nuovo casa.
Giunto a casa, disfo la valigia di appunti ed in maniche di coperta dico buona notte a questo cielo ed un bacio all’aria serena di Roma.