Boom! Il cannone spara e sembra lanciare lontano l’inverno in questo assolata giornata di primavera. La
nuvola di fumo dello sparo si dirada sul panorama della città, seguita dagli sguardi dei bambini che seguono l’immaginaria palla di cannone perdersi fra le numerose cupole.
I militari spingono il cannone nella sua buia tana, ansioso di riaffacciarsi e salutare la sua città con la sua voce e scuotere i turisti accorsi: “Ehi! Sveglia! Che fate qui fermi? C’è un mondo là che vi aspetta, scendete in città, presto!”
Saluto il cannone e scendo lungo i busti di persone che la storia ha immortalato nel marmo. Una terrazza mi attende, ancora un altro mondo, un’isola nell’oceano, ne fa parte, ma chi
vi abita non può condividerlo, chiuso nella sua cella (regina coeli).
Lungo la via un albero con le braccia e dita protese al cielo sembra voler afferrarne uno spicchio, farlo avvicinare per assaporarne per un po’ la sua libertà e grandezza, lui invece fermo e stanco del piccolo spicchio di mondo in cui è relegato.
(Rampa della quercia) Arrivo ad una stradina laterale e già i rumori delle poche macchine si dissolvono. E la c
ittà si trasforma. Il panorama ora, assorto nel silenzio, cambia. Mi stupisco di avere di fronte le stesse cupole, gli stessi palazzi, le stesse strade, ma ora, con il rumore delle auto assopito, mi pare un altro mondo. Come se avessi indossato degli occhiali speciali. Ora tutto si spiega, ogni edificio trova la sua dimensione, la sua ragion d’essere e trasmette il suo giusto valore e la sua storia, non più frammenti di una città in preda al caos del traffico e del rumore, ma un mondo vivo prima ed al di là di ogni piccola bega quotidiana e di ogni storia di passaggio. Assorto in questo pensiero, scendo le scale che mi portano in basso. I gradini sono grezzi e alti, con pietre irregolari come guide e di colpo mi accorgo della realtà: è come se la loro altezza fosse studiata per ammonire chi le sale: “chi le sale deve far passi da gigante per vivere quello che vedrà!”.
(quercia del Tasso) E in fondo la famosa quercia avvolta nel suo scheletro di ferro e piede di pietra, quasi come stritolata, come prigioniera per non scappare e finire gli ultimi suoi giorni distesa su un prato lontano dalla strada chiassosa e maleducata e così ricongiungersi con la benevola terra.