– Buongiorno signora.
– Beato lei, per me è un pezzo che è giorno, comunque buongiorno.
Questa è la portiera del palazzo e tutte le volte non perde occasione per rimarcare che lei inizia a lavorare presto e prima degli altri.
Di età e corporatura indefinite, sembra fare un lavoro immane.
Trascina la scopa a fatica e lo sporco altrettanto a fatica si trascina nel raccogli immondizia e da lì in sacchi dall’apparenza pesantissimi. Ogni giorno sembra debba spazzare via la sabbia di un intero deserto!
Non dico che l’androne del palazzo e le scale siano sporchi, anzi il contrario, ma il modo di lavorare della portiera trasmette una pesantezza che può smorzare ogni flebile fiammella di energia mattutina.
E che dire della posta. Anche una semplice lettera nelle sue mani prende la consistenza del piombo.
– Scusi è arrivata posta per me? – domandavi mentre trotterellavi giù per le scale.
E allora, strascicando i piedi nelle ciabatte di cemento – sempre le stesse per ogni stagione salvo cambiare i calzini che vi dormivano dentro -, attraversa la distesa di polvere che la separa dal gabbiotto, trascina lo sguardo sui nomi e … ansimando per lo sforzo sillabava: – non c’è nulla.
Meglio, pensavo, se ci fosse stata anche una sola lettera lo sforzo di consegnarla l’avrebbe fatta stramazzare.
Ogni giorno, poi, la stessa storia: a qualsiasi ora della mattina la trovavo già sul posto, tanto da farmi credere che fosse li dalla sera prima.
– Buongiorno signora, ha visto che bella giornata? – tentando un diversivo.
– Se lo dice lei – risponde un po’ sarcastica e poi rincara – io da qui dentro vedo poco il sole e quando mi alzo è sempre buio pesto.
Ma a che ora iniziava? Anche su questo era sempre evasiva.
– Buongiorno signora, iniziato presto stamattina? – le chiedevo.
– Per me è sempre presto – grugniva.
– Certo deve essere faticoso alzarsi tutti i giorni all’alba – incalzavo io.
– All’alba? Anche prima, anche prima … – ribatteva.
Non c’era nulla da fare.
Finché un giorno mi si presentò un’occasione.
Un mio amico mi chiama dicendomi che la settimana successiva sarebbe partito per lavoro all’estero e parlando mi dice che avrebbe preso l’aereo molto presto la mattina e avrebbe lasciato la sua auto al parcheggio dell’aeroporto.
– Ma perché – lo interrompo – posso accompagnarti io – senza rendermi conto di quello che stavo dicendo e delle conseguenze.
Dopo qualche istante di pausa, un po’ timoroso risponde: – ma guarda che devo partire mooolto presto.
– Non ti preoccupare – lo rassicuro – per una mattina che vuoi che sia, ma a che ora parti?
– Va bene, va bene – mi risponde – se mi accompagni mi fai un grosso piacere, non sarei stato tranquillo a lasciare la macchina nel parcheggio. Parto alle 5.
Questa volta la pausa la faccio io. Poi mi riprendo e gli chiedo: – Va bene, a che ora passo a prenderti?
– Io pensavo alle 3, così andiamo con calma, faccio il ceck-in e facciamo colazione insieme – risponde.
Altra pausa e penso: alle 3, ma abita a mezz’ora dall’aeroporto. Ma è a questo punto che penso alla portiera: forse avrei scoperto se a quell’ora era già a lavoro e poi quale soddisfazione sarebbe stata uscire prima che lei iniziasse a lavorare. – Va bene, passo alle 3 – lo rassicuro.
Finalmente arriva la mattina fatidica. Sono le 2 e 30, scendo le scale, arrivo nell’androne semi-buio e il portone è ancora chiuso.
– Ce l’ho fatta, l’ho anticipata! – penso soddisfatto.
Premo il pulsante, apro il portone e… inciampo su qualcosa e rischio quasi di cadere. – Ma che cavolo… – mi giro indietro cercando di capire su cosa ho inciampato. E’ una scopa a cui vi è aggrappata la portiera che puliva la soglia esterna del portone.
– Si è fatto male? – mi chiede con una punta di sarcasmo.
– No, niente – rispondo rassegnato – è che vado di fretta… buona giornata.
– Buona giornata a lei – risponde.
Poi, dopo qualche passo la sento lamentarsi: – Si alzano tardi e vanno pure di fretta…